4 mesi 3 settimane 2 giorni
Regia: Cristian Mungiu
Con: Anamaria Marinca, Laura Vasiliu, Vlad Ivanov, Alex Potocean
Distribuzione: Lucky Red

Di certo non mancano i motivi d'interesse per assistere a questo commovente dramma di Cristian Mungiu meritatamente premiato con la Palma d'Oro a Cannes. Da tempo ormai la realtà romena è piombata nella cronaca del nostro paese dal momento che detta comunità è oggi la più numerosa tra quelle presenti in Italia. Non più considerati “extracomunitari” per via dell'entrata nell'Unione Europea, gli immigrati romeni hanno dunque trovato da noi quelle favorevoli condizioni di vita necessarie per una possibile integrazione dopo la fine del feroce regime di Ceausescu e la gravissima crisi economica successiva alla sua caduta.

Tuttavia il massiccio innesto della manodopera soprattutto nel settore edilizio e in quello dei servizi, il più facile approccio linguistico (il romeno deriva dal latino), e un'imprevista affinità (?), forse dovuta al lontano passato di provincia romana (la Dacia sottomessa da Traiano) non sono serviti a cancellare del tutto nell'opinione pubblica italiana la sensazione di allarme per i problemi legati alla delinquenza e alla prostituzione, allo spaccio di droga e al consumo di alcool, e specialmente il diffuso disagio causato dalla mancata osservanza delle regole di convivenza civile da parte dei 150.000 zingari di provenienza romena presenti sul nostro territorio.

4 mesi 3 settimane 2 giorni può dunque aiutarci a comprendere meglio la storia recente di questo travagliato paese attraverso le vicende di alcuni individui protagonisti di quelle cosiddette “microstorie” che spesso forniscono un quadro ben più dettagliato del contesto sociale in cui si dipanano rispetto alle narrazioni che presentano maggiore attenzione alla visione d'insieme. Parte di un progetto denominato Tales from the Golden Age che prevede la realizzazione di altri due lungometraggi ambientati al tempo della dittatura comunista, il film di Mungiu mette in scena il tema dell'aborto clandestino, vissuto come una sorta di “dichiarazione di libertà”.

Intervenuto al dibattito seguito alla proiezione per la stampa, Cristian Mungiu (classe 1968), ha spiegato tale paradosso con l'abolizione, fin dal 1966, di questa pratica illegale generalmente molto diffusa nei paesi socialisti quanto osteggiata in quelli a vocazione cattolica. Ceausescu intendeva realizzare il sogno di una grande Romania mediante un decisivo incremento demografico che avrebbe nutrito con il necessario indottrinamento ideologico. Fortunatamente ciò non è avvenuto e un'intera generazione di giovani. vissuta nella penuria dei generi alimentari e dei prodotti “superflui”, nel fatalismo e nella mancanza di libertà, si è trovata da un giorno all'altro nell'imprevisto caos economico e democratico…

Otilia (Anamaria Marinca) e Gabjta (Laura Vasiliu) sono due studentesse universitarie fuorisede che dividono la stanza in un affollato dormitorio di un'imprecisata città romena. La seconda, incinta di 4 mesi, e con l'aiuto della compagna, sta per interrompere un'indesiderata gravidanza affidandosi al signor Bebe (Vlad Ivanov), un presunto medico che pretende un pagamento “in natura”. Affittata una dimessa stanza d'albergo le due amiche conosceranno fin nelle viscere la sofferenza fisica e morale, e pur nella condizione di fraterna solidarietà scopriranno l'infinita desolazione della condizione umana.

Per quanto associabile allo struggente Vera Drake, 4 mesi 3 settimane 2 giorni se ne discosta nettamente, e non solo per la sostanziale differenza tra i due procuratori di aborti e per l'esito delle vicende. Difatti, nell'opera in esame il sottotesto finisce per prevalere sulla triste storia di squallore e solitudine, marcando con i toni elegiaci una tragedia dai caratteri universali in cui si evidenzia dirompente la forza dell'amicizia al femminile. Otilia è pragmatica, necessaria, intimamente coinvolta nelle vicissitudini di Gabjta, il soggetto debole, confuso e sprovveduto, della coppia.
Otilia, emblema di responsabilità e dedizione, finisce per diventare il motore del film, una specie di disperata eroina neorealista, grazie ad Anamaria Marinca, la quale, mediante “un coinvolgimento emotivo controllato” fornisce un'interpretazione poetica e al tempo stesso aderente allo spirito dimesso del momento storico descritto. Il mercato nero, il peso della burocrazia, la miseria delle brutte periferie, gli sguardi quotidiani privi di luce, tipici di chi ha eliminato il futuro dalla propria scansione del tempo, incalzano il racconto sapientemente orchestrato dalla spoglia telecamera (fissa, a mano) di Mungiu, bravo anche a dosare la giusta tensione narrativa.

Solo una volta il regista eccede in misura mostrando le immagini raccapriccianti del feto appena espulso dalla ragazza. Otilia appare al cospetto di quell'informe corpicino come davanti a uno specchio. Fragilità delle spoglie umane? L'allegoria della carne rispunta nella scena di chiusura del film allorché un cameriere nel ristorante dell'hotel descrive alle due giovani donne il succulento (in altri frangenti) contenuto del piatto servito: muscolo e midollo, fegatelli e interiora, cuore e cervello. Che l'uomo contenga solo questo?

CLAUDIO LUGI